Tra gli anni 50’ e ’60 del secolo scorso la forte crescita economica ha permesso uno sviluppo sorprendentemente veloce rispetto alle epoche passate e questo ha prodotto alcuni fenomeni noti quali un miglioramento delle aspettative di vita di città ed il conseguente spostamento delle persone dalle zone rurali a quelle urbane: le città diventarono improvvisamente più affollate e si cercò di ovviare al problema con costruzioni che potessero soddisfare nel minor tempo possibile le necessità primarie di chi si trasferiva.

A questo scenario si aggiungeva l’esigenza di ricostruire le zone colpite dalle devastazioni del secondo conflitto mondiale e fu così che assunse un ruolo di rilievo l’edilizia popolare, costruzioni che rispecchiano bene il fine per il quale furono concepite: dare un tetto sulla testa di quante più persone possibili. Questo tema venne affrontato anche da grandi figure del panorama architettonico del XX secolo come Le Corbusier che proprio in questo periodo cercò soluzioni migliori possibili che in breve tempo potessero fornire un’abitazione dignitosa a molte persone; ripensando e dando nuovi significati a tipologie architettoniche che avevano affrontato il problema delle abitazioni collettive (al riguardo sono molti i suoi studi sugli edifici monastici che ospitavano in uno spazio limitato un grande numero di persone coniugando insieme individualità e comunità garantendo comunque un’esistenza dignitosa) e ricercando nel passato l’ispirazione per nuove soluzioni abitative, l’architetto svizzero arrivò infine a concepire la sua famosa Unité d’Habitation pensata letteralmente a misura d’uomo attraverso il Modulor, un sistema di proporzioni basato sulle misure del corpo umano. Non tutti però spesero le loro energie per cercare di realizzare costruzioni progettate pensando a bisogni che andassero oltre l’avere un riparo dal freddo e dalla pioggia, una stanza per cucinare, una per dormire ed un bagno e di fatto le costruzioni divennero prodotti in serie, realizzate proprio come da pochi anni a quella parte si faceva con le auto: tutte con gli stessi modelli (tra l’altro in numero molto più limitato di adesso), gli stessi accessori; all’acquirente – se era fortunato –  restava da scegliere soltanto il colore, per il resto era già tutto definito dalla casa di produzione che con estrema leggerezza si assumeva l’onere di decidere che le esigenze di migliaia di individui fossero indubbiamente uguali per tutti.

Se questo poteva andar bene per un’automobile lo stesso non si potrebbe dire per un’abitazione: ogni individuo ha esigenze e bisogni diversi ed è questo che lo rende unico, che gli dà un’identità diversa da quella di un altro individuo. In quel momento di particolare esigenza ed elevata richiesta abitativa tutto questo è forse giustificabile, sebbene si sarebbe potuto certamente gestire anche in altro modo; il vero problema però è che questo modo di concepire le abitazioni era diventato un modello e negli anni a venire questa modalità si è estesa anche alla progettazione di strade, piazze, parchi, stazioni, aeroporti, alla città intera così che tutto si è standardizzato, le scelte prese in un momento di emergenza sono diventate la normalità e, questo il paradosso, il costruire pensato appositamente sulla base di determinate caratteristiche imposte dalle circostanze situazionali una rarità: una città costeggiata da un collina ha in progetto di espandersi, perché faticare per progettare strade e case su un terreno in pendenza!? Sbanchiamo la collina così è più facile costruire, è più veloce ed economico! Oppure: una città si trova poco distante da un fiume, espandendosi arriva ad inglobarlo, perché costruire dei ponti e sprecare tanto suolo prezioso!? Deviamo il fiume artificialmente così ne trarremo un guadagno maggiore, è più conveniente! Questo è il modo di progettare oggi in piccola ed in grande scala, basato sulla convenienza immediata, come se si fosse continuamente in una situazione d’emergenza, ma così non è e l’emergenza la crea proprio questo modo di pensare: frane, smottamenti ed inondazioni sempre più frequenti sono attribuiti alla natura ma non sarebbe così se l’uomo non avesse escluso la natura dal suo modo di vivere e di concepire la propria esistenza, quasi che egli stesso non ne facesse parte, decontestualizzando il proprio mondo – la città –  da tutto il resto.

Il contesto e le sue particolari caratteristiche sono elementi importantissimi che donano identità ad un luogo, lo rendono unico, irriproducibile ed irripetibile: come sarebbe Roma senza i suoi colli e le scalinate adagiate sui loro pendii? Come sarebbe Venezia se invece di adattarsi gli uomini avessero modificato e fatto sparire la laguna? E Firenze senza l’Arno e i suoi ponti? Probabilmente sarebbero ancora belle ma certamente molto meno, meno uniche perché sono queste loro caratteristiche e lo sforzo che gli uomini hanno fatto per costruire in armonia con questi luoghi, rispettandone le peculiarità, a renderle ancora oggi così vive e magnifiche e tutti noi le ammiriamo perché in esse vi è qualcosa che risponde alle parti più profonde di noi e che è amplificato delle architetture, dalle strade, dalle piazze, dalle case costruite in connessione con la natura di quei luoghi, con i loro materiali, con i loro colori e non in opposizione ad essi, avendo chiara in mente l’idea che costruire significa dare forma concreta ai desideri, alle aspirazioni, rendere visibile l’invisibile che ci fa emozionare. Costruire edifici in serie, senza forme, con materiali artefatti e posticci, con l’idea di fare il maggior numero di abitazioni nel minor spazio possibile, magari senza spendere troppo non può far altro che deprimere l’individuo, impoverire la sua interiorità, sminuire la sua identità ed essere d’ostacolo ai suoi sogni, ai suoi desideri, alle sue aspirazioni perché ciò che lo circonda non fa che trasmettergli che tutto è uguale, ripetitivo, muto, privo di creatività, sintetico e di poco valore e così finirà per convincersi che anche la sua vita è così.

Bisognerebbe quindi rivedere quali sono le priorità da avere per la progettazione dei luoghi tra i quali viviamo ogni giorno; fare maggiormente attenzione alle funzioni, alle forme e a chi o a cosa un’opera architettonica è destinata ed adattare a questi ultimi le scelte progettuali e non viceversa; scegliere in maniera oculata i materiali chiedendosi se sia il caso di utilizzare quelli locali o no e perché; rendersi insomma conto che prendere una decisione piuttosto che un’altra non è indifferente perché quella scelta influenzerà per molto tempo la vita di chi vivrà, attivamente o passivamente, quell’opera senza che questi potrà scegliere di sottrarsi o meno agli effetti che un’architettura, buona o cattiva che sia, ha sul suo modo di concepire e vivere la vita.

Diamo uno sguardo ad esempi di architettura che necessita di essere riformulata e trasformata

 

Città

 

Scampia (Napoli), Campania

Il disegno realizzato dal progettista è visibile solo dall’alto: chi attraversa gli spazi non ne ha nessuna percezione; il progetto non è pensato per il fruitore

 

Le dimensioni di ogni singolo blocco di edifici è nettamente sproporzionata rispetto alla scala umana: l’edificio sovrasta chi si avvicina, nasconde la vista di ciò che c’è dietro generando un senso di inquietudine ed inadeguatezza

 

Pur volendo forse riprendere nella forma le sembianze del Vesuvio, gli eccessivi spazi che separano gli edifici dal resto del centro urbano, l’eccessiva essenzialità formale, la mancanza di tratti curvilinei, di elementi decorativi e la totale artificialità dei materiali impediscono di creare un legame col contesto nonostante la presenza del verde

 

 

Agrigento, Sicilia

Gli edifici della zona di espansione del centro non seguono la naturale pendenza del terreno come il resto del tessuto urbano ed anche le forme, i colori ed i materiali sono distonici sia rispetto al centro che rispetto al contesto naturale

 

Le dimensioni dei nuovi edifici sono fuori scala rispetto al resto delle abitazioni; inoltre viene ostacolata la vista del centro verso il paesaggio e viceversa impedendo al tessuto urbano di comunicare con il contesto

Tor Bella Monaca (Roma), Lazio

La struttura spaziale del nuovo quartiere non ha soluzione di continuità con il resto del tessuto urbano; anche solo dal punto di vista visivo la zona si presenta isolata dal resto del centro urbano

Neanche qui viene rispettata una scala umana, gli enormi spazi vuoti isolano la zona dal tessuto urbano ed i blocchi stessi del quartiere; la scarsa presenza di creatività, la ripetitività formale contribuiscono a dare una sensazione di pochezza, sufficienza e alienazione

 

Le forme asciutte ed elementari, la mancanza di decorazioni, l’anonimità dei materiali e dei colori sono in contrapposizione con le forme irregolari e movimentate degli alberi e del terreno circostanti; edifici e contesto non dialogano

 

Corviale (Roma), Lazio

L’edificio è totalmente isolato dalle altre abitazioni e non dialoga neanche col contesto naturale in cui si trova

 

Le proporzioni dell’edificio sono inadeguate e incompatibili con la scala umana e del tessuto urbano, non è presente nessuna variazione formale che suggerisca un’idea di vivacità o movimento, né i colori né i materiali cercano una connessione col contesto urbano o naturale

 

Le unità abitative sono totalmente indifferenziate le une dalle altre, la caratterizzazione individuale è assente da un capo all’altro dei 958 m della lunghezza dell’edificio: le finestre sono semplici bucature, la variazione cromatica tra parte inferiore e superiore pressoché invisibile, i materiali inespressivi